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L’autoreferenzialità non salvaguarda nessuno

7 Dicembre 2009

Negli ultimi tempi ho assistito quotidianamente ad una levata di scudi contro la riforma Dalmaso-Dellai. Prendendo per buone tutte le rivendicazioni e scusandomi perché potrei aver trascurato qualche intervento di segno opposto, pongo questa domanda: perché il disaccordo viene più dagli umanisti che dagli scienziati? Io risponderei così. 1. La società, rappresentata dalla classe politica, dedica maggiore attenzione alle attività scientifiche. 2. Le materie umanistiche perdono posizione rispetto alle materie scientifiche nella società.

Del punto 1. non intendo occuparmi: se si sceglie la strada del ‘progresso’ tecnologico è evidente che il futuro privilegerà questa conoscenza. Il punto 2. chiede qualche considerazione. In primo luogo: sarebbe ingiusto addebitare responsabilità ingiuste l’attuale classe politica. Certo, i limiti di una simile iniziativa sono evidenti e rilevate da più parti. Ma sarebbe un errore – o un peccato di superbia – se gli umanisti non facessero autocritica. Ad esempio: quando considerano il latino una lingua morta e cristallizzata. Se così fosse, sarebbe giusto seppellirla una volta per tutte. Per quanto mi riguarda non è così, ma il vitalismo contemporaneo non tollera il miracolo della resurrezione. E lo stesso vitalismo contemporaneo non tollera che un docente per quanto preparato, per quanto profondissimo nella sua sapienza pubblichi cinque pagine in un anno. D’accordo, non è una questione di quantità, ma la quantità implica produttività: è a legge del contemporaneo. In questo senso, i letterati sono responsabili della crisi attuale, più degli stessi politici. La quasi totalità delle opere latine sono prodotte in Germania da Teubner, in Gran Bretagna dalla Oxford ed in Francia dalle Belles Lettres. Chiedo quale realtà italiana sia altrettanto importante. E questo vale perfino per la lingua italiana: l’inettitudine è tale che non disponiamo, in quanto nazione di parlanti di una sola collana di Classici della Letteratura italiana. Dunque le maggiori responsabilità sono di chi si straccia le vesti, oggi, perché è stato incapace di produrre, ieri: credeva che il sapere fosse superiore al fare. Naturalmente ognuno di noi sa che è nell’equilibrio, vale a dire nel saper fare, l’uscita dal guado. Ma non mi pare che la Facoltà di Lettere di Trento, finalmente uscita dalle catacombe, abbia mai imboccato tale strada. La dimostrazione più lampante è nel numero di borse di studio disponibili presso la Facoltà di Lettere, molto inferiori rispetto alla più ridotta, per numero di iscritti, Facoltà di Fisica. Stando così le cose sarebbe importante identificare e rimuovere le cause. Avverrà? Di certo è scritto nella storia, quella che stiamo noi tutti scrivendo più o meno consapevolmente. Ancora: com’è possibile, viene da chiedersi, che dopo tredici anni (elementari + medie + superiori) i ragazzi non sappiano parlare due lingue straniere, ma spesso neppure la propria? Di chi è la responsabilità? Qual è il problema? Il problema è ancora una volta nella mentalità: "i licei italiani sono i migliori del mondo". Si, ma l’Italia ha il minor numero di laureati d’Europa, e il più alto tasso di disoccupazione proprio tra i laureati. Senza contare, dunque, il problema della fuga dei cervelli. Il problema è in una mentalità viziata dai particolarismi, che ricadono sugli individui e sull’intero tessuto sociale. E fa male constatarlo ancora una volta: chi ha responsabilità intellettuali non è di esempio, ma si prodiga  perché il viaggio al termine della notte non finisca mai. Così un Ministro della Pubblica Istruzione stigmatizzava qualche anno fa il problema: "I dati ribadiscono e sottolineano ancora una volta come il successo scolastico, anche in termini di apprendimenti e competenze, è strettamente connesso alle condizioni socio-economiche della famiglia. La nostra scuola non riesce a rompere la continuità con l’eredità che ciascun alunno si porta dietro. Siamo ancora in presenza di una scuola nella quale se sei figlio di un operaio la normalità è che resti operaio". È in questa direzione che leggo le innovazioni riguardanti, ad esempio, i CFP. Gli alti principi sono davvero tali a condizione però che siano "comprensivi" e non "esclusivi" come invece lo sono stati fino ad oggi. 

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  1. Stefano
    7 Dicembre 2009 a 19:42 | #1

    Sono d’accordo. Come diceva quel vecchio umanista, gesuita e informatico del prof. Busa, gli umanisti biascicano sovente bubbole, cosa più difficile per chi, come un ingegnere, non può sfuggire al vaglio delle leggi fisiche. Tra queste bubbole vi è senz’altro il ribellismo automatico condito da una totale assenza di autocritica nel rapporto con la realtà.

  2. nfl 1963
    8 Dicembre 2009 a 14:13 | #2

    bene così

    potresti tranquillamente diffonderlo in varie sedi

    l’adige

    trentino

    corriere della sera

  3. 8 Dicembre 2009 a 19:54 | #3

    d’accordo, sì.

    e poi: sarebbe interessante tradurre l’indignazione in antropologia (qualcosa di simile alla traduzione scientifica che Pasolini, in extremis, chiese a Gianni Scalia: l’intuizione doveva essere mediata da una formulazione coerente, per essere creduta). per esempio: la media della poesia attuale – che continua a soffrire della dicotomia tradizione/ricerca – pratica orgogliosamente la RIDUZIONE DELLA VITALITA’ (anche i titoli sono eloquenti: *tecniche di basso livello*, ecc.). e in fondo il problema è questo: la letteratura non cerca, non dà, non trova la felicità – quella cosa che Tondelli chiama più volte “la pienezza”.

    senza intensità non c’è nulla. e il crollo – prima ancora che economico o accademico – è un crollo di vitalità. ***perché la vitalità è incompatibile con la conservazione della vita**… gli uomini e le donne che stanno dietro alla politica – e la praticano e la subiscono – rinunciano alla vitalità: dunque promulgano e accettano sistemi che riducono la vitalità. ma sto delirando, e qualche voce arriverà, per dire: questo è prometeismo!

    non è prometeismo. è un urlo, detto con calma.

  4. francesco
    9 Dicembre 2009 a 12:20 | #4

    sono d’accordo quasi su tutto, Marco.
    Metti sul piatto più questioni e non sarebbe male se tu ampliassi ancora i diversi punti del discorso.
    In merito alle edizioni dei classici italiani avrei però qualcosa da aggiungere. Non c’è, è vero, una collana, ma pescare buone edizioni, anche eccellenti, nelle diverse collane non è impossibile. Che manchi una sistematica del patrimonio letterario italiano, questo è verissimo. Sparsi individui ecdotici e critici geniali accompagnati dal disordine descrivono perfettamente l’Italia. La cosa curiosa è che le altre nazioni pur avendo una concentrazione editoriale più pericolosa che in Italia, riescono ancora a gestire e fare vivere collane prestigiose come quelle che tu citi.
    La ragione la vedo nella radicata piccineria di editori e studiosi, che periodicamente s’affaccia in Italia, nell’incapacità italiana di fare qualcosa senza distruggerla per interessi e personalismi. E la vedo, sia detto in breve, nelle profonde differenze tra l’Italia e paesi come la Germania o la Francia.

  5. Beppe
    11 Dicembre 2009 a 2:20 | #5

    Condivido in linea di massima la tua analisi critica sul sitema nel suo complesso.
    Ma visto che non hai analizzato il tuo punto 1 “La società, rappresentata dalla classe politica, dedica maggiore attenzione alle attività scientifiche” mi permetto di fornirti un mio personale contributo.
    Direi innanzitutto che vi è una sostanziale distinguo tra il campo scientifico inteso come studio delle Scienze, ed il suo campo applicativo ovvero la Tecnica (dalla zoo-tecnica alle bio-tecnologie fino ad arrivare alle nano-tecnologie, passando per la chirurgia con tutto il suo corollario di protesi).
    In altri termini Le Scienze sono lo studio (e aggiungerei il piacere) “del perché” di un determinato fenomeno la tecnica si occupa del “come” avviene o si (ri)produce.
    Può essere compreso meglio forse con il calassico esempio della pila di Volta (che non ha portato alcun vantaggio allo suo scopritore) e di contrappeso alla fortuna applicativa per restare nel campo elettrico della lampadina di Edison.
    Uscendo dal mio seminato e paragonando il tutto al campo umanistico si potrebbe pensare alla differenza tra uno studioso (come sei tu) e un autore di Best Sellers.
    Questa distinzione mi è sembrata necessaria per chiarire il presupposto che la politica (e per essa la società) non investe affatto nel campo delle scienze (la ricerca) ma nella tecnica (farmacologica, industriale, sanitaria, ecc. ecc.).
    Oggi ad esempio non si fa più ricerca su determinate patologie perché si fa prima a cambiare l’organo (fegato, rene) o ad inserire una protesi (shunt arteriosi, articolari ecc. ecc. ) .
    La ricerca ( umanisitca o scientifica che sia) DA FASTIDIO, invece la tecnica è benedetta anche dalla Sacra Romana Chiesa che anzi ammette tutti gli interventi e lo strumentario ad esso connesso (compreso la fecondazione artificiale in vitro!!) ma vieta lo studio delle staminali…!
    Basta così…sono sufficentemente nauseato per andare oltre!
    Spero di aver chiarito con queste mie poche parole e scarni esempi il tuo punto 1 e la visione (falsamente) ottimistica dello stato di salute del campo scientifico.

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