Home > Argomenti vari > CONSIDERAZIONI SULLA FRUSTRAZIONE

CONSIDERAZIONI SULLA FRUSTRAZIONE

11 Dicembre 2009


 

1. Evitare la frustrazione. Nessuno vuole la frustrazione. «Ma» qualcuno «molto, non soltanto nell’àmbito della scrittura, forse pretese», prima di pretendere poco (passato remoto, azione conclusa; parole di Marco Furia su un frate-asino: io): e significa esattamente quello che dice, non solo nell’arena della scrittura. Veniva la vita, ma della vita si tace; perché ha presentato, e poi tolto, cose non vere o sbilanciate (ma su cui si è creata -  io stesso ho creato – quasi una mitologia, caso per caso; e un’avventura da biblioteche e vicoli liguri; ma un’avventura complessa, con tremori; e poi?). Alcune cose sono state pretese: con l’idea forte che la vita ne dipendesse: avendo fatto, si fa ancora; e si fa ancora ogni sforzo [possibile]. Ma i colpi sono colpi, e la perdita di valore anche. Infatti la perdita non sarà mai consolata del tutto. Qualcosa mancherà sempre.

 

2. Un cuore di troppo di Busi – nella seconda forma, Mondadori 2005 – è una lunga preparazione alla frase che devasterà il narratore Aldo Busi: «Per me ti sei inventato tutto te» (p. 120). Quindi: «Uno che s’inventa tutto, io, ogni concretezza andata a farsi inculare» (p. 122). La relazione tra Aldo e il Porco è senza sesso, e il senso comune la considera inventata: «[...] se con una data persona non si è fatto sesso non è successo niente per quasi tutti ai quali racconti una storia d’amore, come se fare sesso significasse far succedere per forza qualcosa d’amore… ai bugiardi sì, succede…» (p. 121). Inventata non perché Aldo è Scrittore, abituato alla fictio e ad invenire i tropi più adatti; ma perché nel mondo mondano l’amore pretende di essere parola e fatto; ed è amore impuro nelle parole, nel sesso e nella castità; così come il mondo legge impuramente [schematicamente] anche l’omosessualità: «[...] è di quell’altra sponda come te, no?» (p. 94), «Ma con lui ti sei girato sì o no?» (p. 95).

Esiste una disgrazia ironica della perfezione, che non avrebbe bisogno di specchi ustori e critici. Si ustionerebbe abbastanza da sola, autocriticamente, ringraziandosi della colpa e della pena, e liberandosene. Nel suo fondo più buio, chi ama pretende solo due cose, quasi simboliche: dall’amato, che esponga se stesso in una risposta contemporaneamente fisica e metafisica, di corpo-senza-corpo e di parole senza corpo, e poi di corpo donato e di silenzio, e poi il contrario del contrario [abbandono e intelligenza, nella stessa storia]; dall’amico-confidente, come Menes-Menelao, una simpatia che vada oltre la formalità o l’informalità: un sì pieno di no, e un no avvolgente come un sì, umanamente carico e pietoso.

Filatterio si protegge in tutti i sensi, Subi subisce: «A che mi servo se non sarò mai reale, se sono o ciò che subisco o un nome storpiato o niente?» (p. 128). Mentre il Porco è tale perché non c’è, non sa, non può e non vuole: e quando vorrà amare Subi, Subi si rifiuterà (p. 103). Il rifiuto è razionale: accettare ora sarebbe troppo umano («un fra-di-noi omertoso»: p. 40) e troppo fuori tempo. L’amore è più grande di queste imperfezioni, ma ne è sempre ferito.

 

3. Busi non è cristiano e non idealizza il perdono. La sua stessa rappresentazione dell’umanità è così tragicomica (p. 111: «la quisquilia di essere stati delle persone») da escludere il perdono. Gli uomini, che hanno già il difetto di «non sopportare troppa realtà», sono troppo bassi per meritare il perdono, e il perdono non sopporta troppa umanità.

Ci appartiene un inferno piccolo(-borghese) in cui anche la pedofilia può essere coniugata con il neofascismo e con i buoni princìpi, fino ad essere «pedofilia perbene, ovattata, di mondo, quasi un meritorio esercizio di calligrafia» (p. 115). Ma qui Dio non c’è, e il cerchio si chiude così, in una parlata tra parlanti che non possono capirsi. Non c’è contatto possibile (se non per convenzione sociale o per caso) tra chi cerca un «incanto tutto suo» (p. 111) e chi non-vive. Così i due mondi saranno paragonabili, ma non congiunti, né in corpo né in spirito. La rinuncia al perdono [da parte del perfetto Scrittore] è parallela all’empietà [da parte dell'imperfetto Porco o di chi si lava le mani].

Alla fine, nemmeno i marroni raccolti da Aldo e Menes possono essere simili. La perfezione e l’imperfezione che li segnano a prima vista sono anche il criterio che li separa, così come l’amore è diverso dal disamore (tra quelli di Menes «non ce n’era uno che non fosse smangiucchiato o col becco», e infatti erano stati «raccolti senza alcun amore», per cui Subi li getta: p. 127; mentre il narratore ha scelto i suoi «con cura a uno a uno, smerigliati come pomelli d’ottone, sani»: p. 128). Ma anche i marroni perfetti di Subi saranno dispersi, come la «salma di un eroe di guerra» (p. 128): come Subi, sono troppo reali per stare nella realtà.

Lettore, Busi ti ha provocato sulla «concretezza» delle cose e delle parole, che chiamiamo la realtà. Il suo non credere a niente è un pungolo, per chi crede; e la scuola, questa volta, è sua. Anche la provocazione è tutta sua, perché non è vero che tutto è finto.

MS 

Categorie:Argomenti vari Tag:
  1. 11 Dicembre 2009 a 3:22 | #1

    questa pagina era nata come capitolo di una “scuola di poesia” (un’ambizione). poiché parla dello Scrittore – non di uno scrittore – parla di qualcosa che supera la semplice *arte*. a chi ha fatto il cameriere per studiare (e per scrivere) non si può dire: hai inventato tutto.

    e chi spala pesi con i muscoli – e ha fame, ma non smette di tendere il sesso (è vitale, è virile, è Busi) – può essere tutto: lirico, antilirico, elaborato, sciatto…

  2. ma
    12 Dicembre 2009 a 4:40 | #2

    In linea generale concordo. L’unica riserva è nella maniera in cui si cerca di far conoscere il proprio lavoro, la propria arte.

I commenti sono chiusi.